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COSI' IL CANE DIVENNE DOMESTICO

Il valore di un muso infantile smorza l'istintiva aggressività dell'uomo

di Giorgio Teich Alasia

 

La Stampa TUTTOSCIENZE

 

Delle 4236 specie di mammiferi che abitano il nostro pianeta, una sola è stata elevata al rango di migliore amico dell'uomo: il cane. Come l'incontro tra esseri umani e progenitori dei cani domestici sia potuto avvenire, più di diecimila anni fa, è oggi decisamente difficile da immaginare, tuttavia è ipotizzabile che un ruolo non secondario l'abbia avuto un interessante fenomeno di comunicazione legato alle caratteristiche infantili. I piccoli di numerose specie animali, infatti, presentano delle peculiarità, occhi grandi, membra di aspetto piuttosto goffo, guance arrotondate, che nel loro insieme arrivano a costituire un efficace tipo di messaggio, definito dagli etologi di lingua inglese baby schema, capace di inibire molto spesso i comportamenti aggressivi degli individui adulti. Questo importante fenomeno comunicativo, molto efficace tra gli animali che appartengono alla stessa specie, non di rado arriva a esprimersi anche tra non con specifici e a volte riesce addirittura a suscitare, nei predatori, atteggiamenti di tipo protettivo nei confronti dei piccoli di specie da essi cacciati. Anche nelle primissime fasi della domesticazione del cane possono essersi verificate delle forme di adozione, suscitate da questo interessante meccanismo dei segnali infantili. Un fenomeno che, comunque, ha giocato un ruolo di assoluta importanza durante le successive fasi della domesticazione vera e propria, nelle quali è venuta a formarsi la nuova specie del Canis familiaris. Le istintive sensazioni di rassicurante simpatia e familiarità suscitate dagli individui adulti con caratteristiche infantili più marcate ha infatti costituito un importante parametro nelle scelte selettive in gran parte dovute a spinte inconsce che l'uomo ha operato nei confronti di numerosi animali. Non a caso, quasi sempre le forme domestiche di varie specie si presentano come versioni infantilizzate rispetto ai progenitori selvatici. Nel cane questo fenomeno di selezione focalizzato al mantenimento di caratteristiche infantili, noto come neotenia, ha avuto luogo dal punto di vista non solo morfologico ma anche comportamentale: per una buona convivenza con l'uomo si sono dimostrati assai facilitati gli individui con aspetti psicologici decisamente adolescenziali, come la consistente capacità di apprendimento, la tendenza al gioco, la docilità, la capacità di vivere in modo flessibile i rapporti di gerarchia all'interno del gruppo caratteristica, questa, molto importante al fine dell'inserimento del cane in situazioni sociali complesse e multiformi come quelle delle comunità umane. Il ruolo che l'infantilismo ha giocato nella simbiosi cane uomo è dunque bivalente: gli esseri umani hanno privilegiato, nelle loro scelte selettive, gli individui in grado di smorzare, mediante messaggi di infantile tenerezza, la loro istintiva diffidenza nei confronti del selvatico. Dall'altro si sono dimostrati più adattabili alla vicinanza con gli esseri umani proprio quegli animali che anche nella maturità erano in grado di conservare positivi comportamenti infantili, esprimendo solo in misura contenuta gli schemi comportamentali tipici della maturità ma inadatti al rapporto di convivenza con l'uomo, come quelli legati alla territorialità o all'aggressività intraspecifica. Molti dei comportamenti tipici dell' antenato selvatico si sono via via modificati sempre di più e nei cani domestici con il tempo è arrivata a esprimersi una personalità decisamente giovanile che ha reso possibile, attraverso il mantenimento di bisogni affettivi tipici dell'infanzia, l'instaurarsi di profondi vincoli di dedizione e fedeltà verso gli esseri umani. Grazie, infatti, a spinte tipicamente infantili dirette all'espressione di una socialità basata sull' attaccamento affettivo, i cani sono arrivati ad acquisire una situazione di vera familiarità nei confronti dell' uomo, anch'egli, non a caso, scimmia infantile.